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Candidato Rettore · Mandato 2026 - 2032

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Pierpaolo D'Urso

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Pierpaolo D'Urso

Alla Comunità universitaria

Il progetto che propongo nasce dall’esigenza di coniugare eccellenza accademica, inclusione e responsabilità pubblica, ponendo al centro studenti, docenti e personale in un sistema di governance partecipato e basato sui dati.

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L’obiettivo è trasformare Sapienza in un hub di innovazione, formazione continua ed educazione permanente, capace di attrarre risorse, talenti e partnership con istituzioni e imprese, senza rinunciare al richiamo della cultura, della salute e della sicurezza sul lavoro, nonché della sostenibilità ambientale e sociale.

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La Forza della Conoscenza

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Care colleghe e colleghi,

care studentesse e studenti,

cara comunità Sapienza,

 

Siamo arrivati alla conclusione di questo percorso e credo che questo sia il momento non per aggiungere altre proposte, ma per andare al cuore dell’idea di Sapienza che ha guidato la mia candidatura.

 

In questi mesi ho presentato le mie idee e la mia visione di Sapienza, ma ho anche voluto ascoltare e confrontarmi. Ho incontrato persone con ruoli, età, discipline e storie molto diverse. Ho sentito l’orgoglio profondo di appartenere al nostro Ateneo, insieme alle preoccupazioni, alle difficoltà e alle aspettative per il futuro.

 

E da questo confronto si è rafforzata in me una convinzione: dietro esigenze apparentemente diverse emerge un bisogno comune. Sentirsi parte di un progetto condiviso, sapere che la propria voce conta, comprendere le decisioni e poter contribuire a costruirle.

 

Perché Sapienza, prima di essere una grande istituzione, è una grande comunità.

 

E una comunità così grande e complessa ha bisogno di partecipazione reale, trasparenza, responsabilità chiare. Ha bisogno di organi collegiali pienamente coinvolti e di persone che sappiano che la loro voce conta prima che una decisione venga presa.

 

È questa l’idea di governo nella quale credo: ascoltare, conoscere, confrontarsi, decidere e poi verificare i risultati. Perché la fiducia non si proclama e non si pretende. La fiducia si costruisce, ogni giorno, attraverso la coerenza tra ciò che diciamo e ciò che facciamo.

 

Ma una comunità vive soprattutto delle persone che la compongono.

 

Penso a una ragazza o a un ragazzo che entra per la prima volta in Sapienza, con le proprie speranze, le proprie domande e anche qualche timore. Vorrei che qui non trovasse soltanto aule, lezioni ed esami, ma sentisse di entrare in una comunità capace di accogliere, sostenere e far crescere, in una stagione decisiva della vita. Una comunità nella quale incontrare persone, scoprire passioni, mettere alla prova il proprio talento, trovare sostegno nei momenti difficili e avere la libertà di immaginare il proprio futuro.

 

E questo significa occuparsi anche delle condizioni concrete nelle quali si studia. Perché il diritto allo studio perde significato se studiare diventa economicamente impossibile, se trovare una casa diventa proibitivo, se una difficoltà personale rischia di trasformarsi in solitudine. Sapienza non può risolvere da sola questi problemi, ma può e deve usare la propria autorevolezza per contribuire ad affrontarli.

 

E poi ci sono i nostri dottorandi, gli specializzandi, i giovani ricercatori. Investire sul loro futuro significa investire sul futuro stesso dell’Ateneo.

 

E penso ai ricercatori e ai professori associati, vera spina dorsale e forza didattica e scientifica di Sapienza, chiamati spesso ad assumere ruoli di grande responsabilità nella vita dell’Ateneo.

 

Dobbiamo rispettare le loro aspettative e riconoscere percorsi costruiti con anni di ricerca, didattica e impegno istituzionale. Le abilitazioni conseguite, le competenze maturate e i risultati raggiunti devono trovare adeguato riconoscimento nella programmazione del reclutamento e nelle prospettive di carriera. Significa programmare con criteri comprensibili e trasparenti e offrire prospettive chiare. Valorizzare ricercatori e associati significa dare forza alla ricerca, qualità alla didattica e futuro a Sapienza.

 

E ci sono le colleghe e i colleghi del personale tecnico-amministrativo e bibliotecario. Dobbiamo superare definitivamente l’idea che esista una parte dell’Ateneo che realizza la missione e un’altra che semplicemente la supporta. Siamo la stessa comunità. Anche favorendo lo scorrimento delle graduatorie dei concorsi dei TAB e la stabilizzazione dei tecnologi.

 

Ed è proprio per rispetto delle persone che dobbiamo avere il coraggio di semplificare. Innovazione digitale, dati e intelligenza artificiale devono servire anche a questo: liberarci da procedure ripetitive e da attività che non producono valore, restituendo tempo alla ricerca, all’insegnamento, allo studio e alla qualità del lavoro.

 

Per farlo, dobbiamo superare la frammentazione digitale, mettendo in comunicazione sistemi, dati e competenze e costruendo un’infrastruttura comune di Ateneo per la Data Science, solida, sicura e condivisa, capace di migliorare concretamente la didattica, la ricerca, i servizi e la qualità delle decisioni.

 

Sapienza possiede qualcosa che pochissime università possono vantare: una straordinaria pluralità di saperi. Dobbiamo farli dialogare, perché la nostra diversità diventi la nostra forza.

 

Perché le grandi domande del nostro tempo non conoscono confini disciplinari. Dobbiamo sostenere la ricerca di base e quella di eccellenza, far dialogare discipline diverse, innovare la formazione e creare opportunità per le nuove generazioni.

 

E la conoscenza acquista pienamente senso quando diventa anche responsabilità verso gli altri.

 

Sapienza è una Città nella Città. Roma, il Lazio e l’Italia devono poter guardare a noi come a una comunità di conoscenza capace di contribuire alla salute, all’innovazione, alla cultura, alla sostenibilità e alla riduzione delle disuguaglianze, rafforzando anche l’integrazione tra cura, ricerca e formazione nei nostri Policlinici.

 

E tra le disuguaglianze che dobbiamo continuare a contrastare con forza ci sono quelle che ancora ostacolano il percorso delle donne. Vogliamo una Sapienza nella quale ogni donna possa esprimere pienamente il proprio talento, vedere riconosciuto il proprio valore e avere le stesse opportunità di realizzare le proprie aspirazioni.

 

Una studentessa, una ricercatrice, una docente, una collega del personale tecnico-amministrativo e bibliotecario deve poter trovare nella nostra Università un luogo nel quale crescere, affermarsi e costruire liberamente il proprio percorso. Perché quando il talento di una donna può esprimersi senza barriere, cresce con lei tutta la nostra comunità.

 

Ma Sapienza deve anche guardare al mondo.

 

Una storia di oltre sette secoli non deve essere un luogo nel quale rifugiarsi. Deve darci il coraggio di guardare più lontano. Dobbiamo attrarre studenti e studiosi, offrire ai nostri giovani l’opportunità di confrontarsi con le migliori istituzioni internazionali e costruire una vera circolazione delle persone e delle idee.

 

E in tutto questo non dobbiamo dimenticare ciò che viene prima di qualsiasi programma.

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La libertà.

La libertà di insegnare, di ricercare, di discutere, di dissentire.

 

E anche la responsabilità di difendere la pace e i diritti umani, accogliendo e sostenendo concretamente studenti, studiosi e ricercatori che arrivano da luoghi segnati dalla guerra, perché possano continuare a studiare, a fare ricerca e a immaginare un futuro che la violenza non deve poter cancellare.

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Perché quando una guerra interrompe gli studi, spezza una ricerca, costringe ad abbandonare la propria casa, l’Università non può restare indifferente. Deve offrire un luogo nel quale ricominciare e custodire la libertà di pensare e conoscere. Perché la conoscenza costruisce ponti quando il mondo alza muri.

 

L’Università deve essere il luogo nel quale le idee non fanno paura, nel quale il confronto è una ricchezza da custodire, nel quale sappiamo ascoltare senza rinunciare alle nostre idee e dissentire senza negare la legittimità dell’altro, e nel quale l’unica autorità è la ragione e l’unico strumento è il dialogo.

 

Care colleghe e colleghi, studentesse e studenti, comunità tutta,

 

non credo che il compito di chi si candida a guidare Sapienza sia promettere che ogni problema scomparirà. Credo che sia assumersi una responsabilità più precisa: ascoltare, affrontare i problemi con competenza e rendere conto di ciò che è stato fatto.

 

Ma, arrivati alla fine di questo percorso, vorrei provare a guardare ancora un po’ più lontano.

 

Fin qui ho parlato delle molte responsabilità di un grande Ateneo. Sono tutte essenziali. Ma credo che, per avere una visione davvero completa, dobbiamo imparare a guardare anche in un’altra direzione.

 

Non soltanto verso ciò che vediamo. Anche verso ciò che non vediamo.

 

C’è un principio, molto noto agli statistici: il cosiddetto pregiudizio di sopravvivenza, il rischio di comprendere una realtà osservando soltanto ciò che emerge, ciò che arriva fino a noi, ciò che possiamo vedere.

 

Abraham Wald ci ha insegnato che, per comprendere davvero una realtà, dobbiamo interrogarci anche su ciò che resta fuori dal nostro sguardo.

 

E credo che questa lezione sia importante anche per l’Università.

 

Noi vediamo, giustamente, i nostri successi: gli studenti che si laureano, i ricercatori che conquistano finanziamenti, i docenti che raggiungono risultati importanti, le pubblicazioni, i progetti, i riconoscimenti. Dobbiamo esserne orgogliosi, perché raccontano talento, impegno, sacrificio e qualità.

 

Ma un grande Ateneo può fare qualcosa in più: può interrogarsi anche su ciò che rischia di non vedere.

 

Può chiedersi se ci siano studenti da intercettare prima che si allontanino, giovani studiosi da accompagnare meglio, idee che possiamo aiutare a diventare progetti, competenze che possiamo coinvolgere maggiormente.

 

Perché ogni esperienza, ogni risultato, ogni successo della nostra comunità può aiutarci a comprendere meglio come aprire nuove strade e creare nuove opportunità.

 

È qui che questa lezione diventa, per me, una lezione di governo.

 

Governare significa valorizzare ciò che funziona, ma anche saper cogliere i segnali più deboli. Significa non chiedersi soltanto "che cosa abbiamo fatto bene?", ma anche "che cosa possiamo vedere meglio?".

 

Anche Sapienza deve saper fare questo: essere orgogliosa dei propri successi e, nello stesso tempo, continuare a cercare i talenti da far emergere, le energie da liberare, le opportunità da creare.

 

Perché ciò che vediamo racconta una parte della realtà. Ma qualche volta, per comprenderla davvero, dobbiamo imparare a interrogarci anche su ciò che non vediamo.

 

Ed è qui che tutte le cose di cui abbiamo parlato si ricongiungono. La centralità degli studenti, il diritto allo studio, l’attenzione alle nuove generazioni, il benessere delle persone, la semplificazione, l’inclusione, il merito, la qualità della didattica e della ricerca non sono capitoli separati di un programma.

 

Sono modi diversi di rispondere alla stessa domanda: quante persone possiamo mettere nelle condizioni di esprimere davvero ciò che sono capaci di diventare?

 

Perché dietro quella domanda non ci sono numeri. Ci sono persone. Ci sono ragazze e ragazzi che entrano nelle nostre aule senza sapere ancora quale strada prenderanno. Ci sono passioni ancora da scoprire, capacità che aspettano di essere riconosciute, idee che forse oggi non hanno ancora trovato le parole per essere espresse.

 

Ed è per questo che, alla fine di questo percorso, il mio pensiero va soprattutto a voi, ragazze e ragazzi di Sapienza.

 

Proprio qui, in questa Aula Magna, Papa Leone XIV vi ha lasciato parole che sento profundamente anche come una responsabilità per chi si candida a guidare questa Università: «Il futuro è ancora da scrivere e nessuno ve lo può rubare».

 

Credo che in queste parole ci sia una grande responsabilità per noi. Perché un’Università non deve scrivere il futuro dei propri giovani al loro posto. Deve creare le condizioni perché possano scriverlo loro, offrendo conoscenza, strumenti e opportunità, ma anche quella fiducia nelle proprie possibilità che nessuna classifica e nessun indicatore potranno mai misurare fino in fondo.

 

Deve essere un luogo nel quale si possa cercare la propria strada, anche sbagliando; nel quale l’inquietudine possa diventare desiderio di conoscere, di capire, di andare oltre.

 

Vorrei che Sapienza fosse sempre più questo: un Ateneo capace di riconoscere il talento quando si manifesta, ma anche attenta a cercarlo quando ancora fatica a emergere. Un Ateneo che non decida per i propri giovani dove debbano arrivare, ma dia loro la possibilità di scoprire le proprie capacità, metterle alla prova e scegliere la propria strada.

 

Perché la grandezza di un’Università non si misura soltanto dai talenti che ha saputo riconoscere e valorizzare. Si misura anche dalla sua capacità di accorgersi di quelli che ancora faticano a emergere e di chiedersi che cosa possa fare per aiutarli a esprimere pienamente il proprio potenziale.

 

È questa la responsabilità che sento verso le nuove generazioni: non indicare loro quale futuro debbano avere, ma costruire un Ateneo che dia loro la possibilità di immaginarlo e la libertà di costruirlo.

 

E c’è un’immagine che racchiude tutto questo: creare le condizioni perché i nostri giovani possano spiccare il volo. Non per promettere a tutti lo stesso viaggio o lo stesso traguardo, ma perché ciascuno possa scoprire il proprio talento e avere la libertà di scegliere la propria direzione.

 

E se un giorno i nostri giovani voleranno più in alto e più lontano di quanto noi abbiamo saputo fare, avremo realizzato fino in fondo la missione dell’Università.

 

Perché la conoscenza serve anche a questo: ad aprire possibilità che prima non esistevano, a liberare talenti, a rendere possibile ciò che prima sembrava lontano, senza lasciare indietro nessuno.

 

A dare a ciascuno la possibilità di trovare le proprie ali.

 

E poi la libertà di volare.

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Questa, per me, è la Forza della Conoscenza.
Grazie.

Pierpaolo D’Urso

Il programma

Ogni voce conta.

Confido di ricevere osservazioni e proposte utili a costruire un programma elettorale aperto e condiviso. Ogni contributo sarà per me un prezioso arricchimento, sarà valutato personalmente e trattato con la massima riservatezza.

 

Ringrazio fin d'ora chi vorrà partecipare e tutte le Colleghe e i Colleghi con cui, in queste settimane, ho avuto un confronto aperto e costruttivo sul futuro della nostra Università: molte delle idee emerse hanno già trovato spazio in questo manifesto.

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